La casa dei consoli sembra a tratti una caserma. Il che non guasterebbe allo statuto consolare senonché la vita militare a me non è mai piaciuta. But that’s not what I mean. Altrove Ben racconta la sua; ecco la mia versione. La sera torno tardi a casa e i tre consoli residui sono già a dormire. Residui nel senso di ciò che rimane di loro dopo una giornata di lavoro.
(In questa storia il soggetto non conta. Ogni sera uno dei quattro torna più tardi e trova gli altri che dormono; se è particolarmente stronzo ne sveglia qualcuno. A volte l’hanno lasciato fuori di casa tirando il chiavistello, e allora fa bene a suonare, ma di solito no, meglio non svegliare i compagni consoli).
La mattina l’aria da caserma è proprio quella, un po’ rafferma. Si va dal pinocchietto alle mutande, passando per i calzoncini; dalla canottiera alla T-shirt; latte, caffé, biscotti e sigaretta. Spesso il primo che si alza non vede nessuno; a volte è lo stesso che la sera è tornato tardi, quindi sono due giorni che non vede nessuno.
Bella la vita nella casa consolare.







