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andare in giro mezzi nudi e ubriachi a giugno. cosa c’è di meglio per un matrimonio?
d’accordo, niente camice azzurre. e poi in realtà già non le sopporto io. dopo 10 ore di lavoro.
inviterei, invece, tutti gli amici (e le amiche) di lei, gelosi alla follia.
siete pronti?

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alcune riflessioni sconnesse e (soprattutto) in ritardo


Non si esce da vent’anni di berlusconismo con un voto. Nessuno poteva pensarlo, anche se siamo stati in molti a crederlo. A sperarlo, forse: di cambiare l’Italia come si cambia un governo.
E visto che per poco non riuscivamo a cambiare nemmeno il governo (e ancora, a tratti, sembra non sia detta l’ultima parola) come potevamo illuderci che il paese fosse cambiato in così poco tempo. 25 anni di televisione commerciale hanno modificato la cultura italiana in un modo tale che 2 mesi di par-condicio non possono neutralizzare (sono grato al professor Agostini per questa riflessione). E per cultura si intende il modo di pensare, i modi di fare, il senso dello Stato e delle istituzioni, l’educazione civica, la solidarietà e la giustizia sociale.
Dove sono finite? Possibile che siamo in così pochi ad essere tanto coglioni da non votare solo pensando al portafoglio? evidentemente sì.
Certo, tutto questo non è colpa d Berlusconi. Lui è stato solo il più bravo a interpretare una voglia di cambiamento presente nella società italiana (consiglio la letura di Zapping di A.Abruzzese per chi voglia liberare da ideologismi la propria idea del rapporto tra tv e società). E ancora è bravo a cogliere e valorizzare (a suo uso e consumo) questi sentimenti diffusi nella popolazione.
Come se ne esce?

Vorreste una risposta addirittura?

Io speravo che un governo forte potesse innestare un processo di "rivoluzione culturale" e mentre rimetteva in sesto il paese, si sforzasse di  proteggere e agevolare un lento e difficile mutamento sociale che solo la società può esprimere.
Forse non ci sarà nemmeno un governo forte. Sicuramente questa classe politica (anche quella di centro-sinistra) ha dimostrato in passato di preferire il "primato della politica" all’ascolto della società.

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