dal dentista

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mentre ero solo nella stanza, un raggio X puntato sul viso, un dito sulla placca di metallo che mi copriva (parzialmente) la bocca pensavo: perché se questa radiografia dura 3 secondi, il dottore corre fuori dalla porta ogni volta che parte la radiazione?

tsunami

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C’e stato un terremoto, come un sassolino che scricchiola tra la scarpa e la strada, ma ora scricchiola sottoterra e molto, molto più forte.
Siamo sotto casa, in strada: d’istinto grardo verso San Cataldo, all’orizzonte e vedo che in cima alle montagne cominciano a infrangersi i flutti dell’onda che sta crescendo.  Quanto ci metterà ad arrivare al Via del mare e poi alle nostre case?

quei bravi ragazzi

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once I was a teen


sarà forse questa la banda san soucì?

diecimila

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cosa ci sarà da festeggiare…
e scusate se con la nuova veste grafica qualcosa è andato perso (tornerà quasi tutto, col tempo, e di più).

Arab Strap

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domenica sera, uscito dal lavoro (ebbene sì, anche di domenica), vado con due amici a cenare in un piccolo ristorante arabo (fosse romano, lo chiamerei trattoria, ma trattoria araba suona male, altro che melting-pot). Un posticino molto carino al Testaccio, paghi poco e mangi bene. Per la verità il felafel non era tra i migliori che avessi mai assaggiato, ma il set di antipasti (come altro chiamarli) a base di riso, cous-cous, insalata e pizzette in salsa araba era imprevisto quanto gustoso. Ma cominciando a mangiare abbiamo quasi volontariamente tralasciato un particolare poco appariscente, ma inquietante del servizio ai tavoli.
Le tovagliette di carta su cui erano poggiati piatti e posate erano rovesciate, con la parte bianca rivolta verso l’alto e il disegno verso le assi del tavolino.
Prima dell’arrivo dei piatti, incusriosito da questa insolita disposizione ho rovesciato la tovaglietta per scoprire il mistero e… che sorpresa nel vedere ritratto lo Skyline di New York, come dire… ante 9/11.
Senza pensarci troppo… ci abbiamo mangiato su.

Quando dall’autobus si intravede il palazzo della Sai è il segno che sono arrivato. Provo a guardare al di là del finestrino: è la terza o la quarta fermata? Ormai ho perso il conto e per sicurezza scendo, al limite camminerò un po’.
E infatti, in lontananza vedo il leccio che si sbraccia. Siamo in perfetto orario, figurati; orologi biologici sincronizzati durante la settimana di agenzia. E allora c’è il tempo di fare colazione.
Non che abbia fame. Per non fare tardi mi sono alzato alle sei e mezzo e ho avuto il tempo per fare la doccia e la colazione. Ma insomma, sono ancora le otto e mezzo e c’è tutto il tempo di scambiare due chiacchiere ingenue, e allora si va al bar dietro l’angolo. Io non ci sarei mai arrivato, ma lui queste strade le bazzica da un po’. Pochi minuti e via, siamo pronti a salire, ma… entriamo con o senza giornali? E poi, Repubblica o Corriere? Emozioni da primo giorno. Arriviamo su e dopo corridoi lunghissimi ci accolgono due occhi azzurri gelidi e bellissimi. Si comincia.
Poi le strade si separano, ma a volte si riincontrano e adesso siamo di nuovo qui entrambi e ci divide una strada, ma siamo di nuovo qui, a lavorare. E non sarà un caso.

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