Quando dall’autobus si intravede il palazzo della Sai è il segno che sono arrivato. Provo a guardare al di là del finestrino: è la terza o la quarta fermata? Ormai ho perso il conto e per sicurezza scendo, al limite camminerò un po’.
E infatti, in lontananza vedo il leccio che si sbraccia. Siamo in perfetto orario, figurati; orologi biologici sincronizzati durante la settimana di agenzia. E allora c’è il tempo di fare colazione.
Non che abbia fame. Per non fare tardi mi sono alzato alle sei e mezzo e ho avuto il tempo per fare la doccia e la colazione. Ma insomma, sono ancora le otto e mezzo e c’è tutto il tempo di scambiare due chiacchiere ingenue, e allora si va al bar dietro l’angolo. Io non ci sarei mai arrivato, ma lui queste strade le bazzica da un po’. Pochi minuti e via, siamo pronti a salire, ma… entriamo con o senza giornali? E poi, Repubblica o Corriere? Emozioni da primo giorno. Arriviamo su e dopo corridoi lunghissimi ci accolgono due occhi azzurri gelidi e bellissimi. Si comincia.
Poi le strade si separano, ma a volte si riincontrano e adesso siamo di nuovo qui entrambi e ci divide una strada, ma siamo di nuovo qui, a lavorare. E non sarà un caso.

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