L’altra notte mi trovavo in macchina vicino al Vaticano. C’era con me un mio amico, ma eravamo lì per caso, diciamo di passaggio, e stavamo cercando di andarcene, ma risultava sempre più difficile. Era una bella giornata, il cielo limpido e la temperatura mite, sarà stato poco dopo mezzogiorno, ma in strada non c’era nessuno.
Non poca gente: proprio nessuno.
In un certo senso ci eravamo persi, anche se dovrei dire "mi ero perso" perché stavo guidando io. Da un po’ di tempo stavamo percorrendo la stessa strada senza riuscire a trovare la svolta giusta. Eravamo in una delle parallele di via della Conciliazione, ne ero certo, ma da quella via non era possibile prendere nessuna strada: ogni incrocio era pieno di divieti, non si poteva cambiare via.
La situazione era un po’ grottesca: mi scocciava prendere una strada vietata, ma mi sembrava di non avere scelta e alla fine così ho fatto. Imboccata la prima svolta a destra, pensavo di esserne uscito e quasi senza motivo ho guardato nel retrovisore. Non l’avessi fatto: c’erano due carabinieri in piedi a un angolo dell’incrocio e uno dei due stava annotando sul blocchetto la targa della mia macchina.
Ormai è andata, ho pensato, e ho tirato dritto.
Arrivato a casa, ho telefonato alla mia ragazza e a lei il mio racconto è sembrato perfettamente in linea coi tempi. E in effetti non potevo che convenire.
A Bologna si sta come si sta. E forse non ci volevano due anni e mezzo per capirlo, sarebbe bastato guardare le cose (e le persone) da un’altra prospettiva. E così ho fatto, forse più che altro per una serie di coincidenze.
Quelle che si dicono coincidenze fortunate, perché a prezzo di qualche rinuncia, ho finalmente trovato un’altra città, quella che ancora mi mancava. E qui non parlo di Cofferati o del degrado, parlo di me e di una città in cui c’è spazio non solo per studenti (nullafacenti o superimpegnati), ma anche per lavoratori (nullafacenti o superimpegnati). È solo un’impressione, per ora, ma è bastata per farmi tornare a casa riconciliato con la mia città (adottiva).
Uno crede di darsi una meta, ma in realtà sono gli stimoli che ti fanno andare avanti (e spesso ti fanno correre). Forse su questo ha ragione Zigmut Bauman, si è completata la trasformazione post-moderno.
E così, passato l’esame, tornato a lavoro, superata l’ansia per Mastrogiacomo, che è tornato in redazione, il tutto con un solo giorno di pausa, stasera prendo un altro treno (e se fosse fra una settimana direi questo pomeriggio, ché l’ora legale sta per rubarci un’ora di sonno, come se già non ne avessimo troppe da recuperare, che poi uno la mattina si sveglia di botto e nemmeno si ricorda cosa ha sognato, ma gli resta una traccia flebile di una vita a occhi chiusi).
Dicevo, prendo un treno e vado a Bologna: quando torno ve la racconto.